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giovedì 11 dicembre 2008

Storia dell'US Cremonese. Quell’amichevole con la nazionale (1951-1959)

Sesto capitolo della storia della Cremonese, pubblicato il 23 gennaio 1994 su Forza Cremonese, mensile ufficiale dell’Us Cremonese, a cura di Sergio Ramella.

Il primo approccio della Cremonese con la seconda metà del secolo non fu molto felice. Dopo una stagione in serie B conclusasi con un tredicesimo posto, nel campionato 1950′51 la società di via Persico conobbe di nuovo l’onta della retrocessione. Sotto la guida tecnica di Renato Bodini, detto “Gialotta”, la formazione grigiorossa finì il torneo in penultima posizione, risucchiata nel baratro della serie C. Una luce nel buio pesto di quella stagione storta: il 13 febbraio 1951 la Cremonese incontrò sul campo del Modena la nazionale italiana, nelle cui fila giocava anche Giampiero Boniperti. Scontato il sei a zero finale per gli azzurri, ma i “nostri” fecero incetta di elogi.

La neonata repubblica, intanto, muoveva i primi passi alle prese con il rinnovamento obbligato della struttura sociale ed economica del paese. Erano gli anni dello sviluppo, della ricostruzione, del decollo industriale, dell’ondata di migrazione dal sud al nord della penisola. Un periodo caratterizzato da acute contrapposizioni ideologiche, che prospettavano vie alternative per la rinascita dell’Italia. E in questo clima da Don Camillo e Peppone la società grigiorossa rischiò di sparire con tutto il suo mezzo secolo di storia.

Mancavano i soldi per prendere parte al campionato. Solo un accordo in extremis proposto dal presidente, il ragioniere Arturo Soncini, ed accettato dall’allenatore Ercole Bodini e dai suoi assistenti, che si prestarono a collaborare gratuitamente, permise alla Cremonese di salvarsi. Sul campo l’undici grigiorosso si comportò dignitosamente, piazzandosi al decimo posto, ma finì comunque retrocesso in IV serie in seguito alla riorganizzazione dei campionati.

La stagione successiva, quella 1952-53, rappresentò una tappa significativa nella storia dell’U.S. Cremonese. La squadra si classificò al terzo posto, vedendo così sfumare la possibilità di riacciuffare subito la serie C perduta, ma rimaneva da festeggiare il cinquantesimo compleanno della società. Ne era passata di acqua sotto il ponte del Po da quel giorno della primavera del 1903, il 24 marzo, quando una ventina di amici in giacca, cravattino e cappello si erano riuniti alla “Varesina”, dando vita alla creatura grigiorossa. Per soffiare sulle 50 candeline, il 19 marzo del 1953, un giovedì, si tenne una festa in Comune ed un’amichevole con gli svizzeri del Bygler Boys di Berna.

Il cinquantenario portò fortuna alla Cremonese. Con il soncinese Giacomo Losi ed il lodigiano Lojodice, entrambi futuri giocatori della nazionale, la formazione grigiorossa vinse il proprio girone, riguadagnando così il diritto di giocare in serie C. La squadra, affidata sempre alle cure di Ercole Bodini, si fece largo fino alla finalissima per la conquista del titolo italiano IV serie. Titolo poi perso nel doppio confronto con il Bari.

Ghisolfi, Zeglioli, Massazza, Alloni, Bodini, Bicicli, Trevisani, Rossi I, Rossi II, Lojodice, Aliprandi: la Cremonese si presentò con questa formazione ai nastri di partenza del torneo di serie C a girone unico 1954-1955. Fu una stagione positiva, caratterizzata dal quinto posto finale e dal debutto di un altro giovane promettente, Franco “Balino” Zaglio, uno dei tanti grigiorossi che finirono per indossare la prestigiosa maglietta azzurra della nazionale. Per la società di via Persico era la conferma del ruolo ormai acquisito di fucina di campioni. Campioni destinati a prendersi grandi soddisfazioni una volta traslocati in lidi più importanti.

Seguirono alcune stagioni finite alla svelta nel dimenticatoio, data la pochezza dei risultati racimolati dalla pattuglia cremonese. Gli anni Cinquanta si chiusero male come erano iniziati, con la Cremonese arrancante nelle ultime posizioni della graduatoria. Anche il nuovo decennio sarebbe stato vissuto “in ascensore”, tra promozioni entusiasmanti e tonfi deludenti.

giovedì 16 ottobre 2008

Storia dell'US Cremonese. Giocando sotto le bombe (1939-1950)

Quinto capitolo della storia della Cremonese, pubblicato il 5 dicembre 1993 su Forza Cremonese, mensile ufficiale dell’Us Cremonese a cura di Sergio Ramella.

(...)La Cremonese, dopo essere sprofondata nella palude della serie C, nella stagione 1941-42, sotto la guida dell’avvocato Franco Bonera, era riuscita di nuovo a conquistarsi un posto al sole della cadetteria. Le partite iniziavano sempre sotto la minaccia di essere interrotte dall’allarme aereo, ma, nonostante il pericolo dei bombardamenti, il popolo grigiorosso ritornò a seguire con passione le gesta dei suoi beniamini. Tra questi cominciò a farsi notare un giovane promettente, il vescovatino Giacomo Mari. Si era capito subito che avrebbe fatto strada nel mondo del pallone.(...)

La decisione di riprendere regolarmente la disputa dei campionati venne ufficializzata dalla Federazione Calcio il 5 maggio del 1945. Il nuovo presidente della società grigiorossa, il commendatore Zucchi, si diede subito da fare per mettere insieme una squadra competitiva, in grado di lottare per la promozione nella massima serie. E infatti quella Cremonese, allenata da Ramas, si rivelò una delle più belle degli ultimi anni. Dopo essersi classificata prima nel giorne B del campionato Alta Italia, con nove punti di vantaggio sulla seconda, venne battuta nelle finali dall’Alessandria, perdendo così il treno per la serie A.

Al termine della stagione, Mari si allontanò dal Torrazzo per finire prima all’Atalanta di Bergamo e poi sotto la Mole Antonelliana, a giocare con la maglia zebrata della Juventus. Il Giacomo da Vescovato ebbe anche la soddisfazione di partecipare ai mondiali del 1950, in Brasile. I primi del dopoguerra e i primi con gli azzurri non più sudditi dei Savoia ma cittadini della repubblica italiana.

L’avventura sudamericana non si rivelò molto felice per la nostra nazionale. A un anno dalla spedizione mondiale, la tragedia di Superga aveva cancellato il grande Torino, una delle squadre più forti di tutti i tempi, e dopo quella sciagura nessuno si fidava più dell’aereo per andare in trasferta. Così i dirigenti azzurri optarono per la nave per trasportare i giocatori dall’altra parte dell’oceano. Il viaggio di due settimane tra le onde dell’Atlantico si rivelò un vero e proprio calvario, e l’Italia sbarcata in Brasile venne spazzata via dalla Svezia subito, al primo turno.

Nel frattempo la Cremonese aveva disputato alcuni campionati di serie B, rimediando una serie di piazzamenti onorevoli. Alla guida tecnica della squadra si erano alternati in rapida successione Defendi, Villini ed Ercole Bodini. Nel corso della stagione 1948-49, poi, era sbocciato il talento di un altro giovane asso, Pasquale Vivolo, che alla fine del torneo approdò alla corte juventina.








martedì 30 settembre 2008

Storia dell'US Cremonese. Un lento, costante declino (1927-1938)

Quarto capitolo della storia della Cremonese, pubblicato il 7 novembre 1993 su Forza Cremonese, mensile ufficiale dell’Us Cremonese a cura di Simone Ramella.

Il sorprendente secondo posto nel girone B di prima divisione della stagione 1925-26 rappresentò il punto più alto raggiunto dalla Cremonese nella prima fase della sua storia. Da allora cominciò un lento ma costante declino. Il cammino della società di via Persico si tinse sempre più di grigio, come quelle vecchie fotografie in bianco e nero maltrattate dal tempo, che rappresentano l’unica testimonianza visiva di quegli anni lontani. La partenza dell’ungherese Jezmas, vera punta di diamante dell’attacco, e dei migliori talenti locali, accalappiati dalle ricche squadre delle grandi città, obbligò i grigiorossi a ridimensionare notevolmente le proprie ambizioni. Per qualche tempo la Cremonese riuscì a barcamenarsi nelle acque sempre più agitate del campionato, ma al termine della stagione 1929-30 la retrocessione fu inevitabile. E dolorosa.

Proprio nell’estate di quel 1930 il calcio celebrò la sua nuova dimensione internazionale con la disputa della prima edizione della Coppa del Mondo, in Uruguay. Un’edizione in tono minore, con 13 nazionali soltanto ai nastri di partenza, e l’Italia assente. Intanto il pubblico grigiorosso aveva progressivamente abbandonato la Cremonese al suo destino. Un destino che all’inizio degli anni Trenta non sembrava riservare altro che qualche mediocre piazzamento in serie B. Meglio dedicare l’attenzione, quindi, a quanto stava accadendo a livello nazionale ed internazionale. Al congresso di Stoccolma dell’ottobre 1932 i delegati italiani della Federazione calcio erano riusciti a far assegnare al nostro paese l’organizzazione della seconda edizione della Coppa del Mondo. Così, dopo una prima fase eliminatoria, il 27 maggio del 1934 presero il via i primi mondiali “made in Italy”, con la partecipazione delle rappresentative di 16 nazioni.

L’Italia, giocando in casa, era una delle squadre favorite. Il commissario tecnico Vittorio Pozzo poteva contare sulle prodezze dei frombolieri Meazza e Schiavo, sulle parate dello juventino Combi, e sulle giocate dal sapore sudamericano dell’oriundo Orsi. Tutti personaggi entrati di diritto nella leggenda dello sport della pedata. La nostra nazionale rispettò il pronostico e si aggiudicò la Coppa battendo la Cecoslovacchia per due a uno nella finale del 10 giugno. La partita si disputò a Roma, allo stadio del Fascio, l’attuale Flaminio. In tribuna, a raccogliere gli applausi e la gloria del successo, il Duce, seduto accanto ai principi di Savoia. Alla radio, a raccontare le gesta degli atleti a tutti gli italiani, il mitico Niccolò Carosio: la sua voce sarebbe diventata sempre più familiare agli sportivi della penisola.

Fu una vittoria quasi obbligata per gli azzurri. I gerarchi del regime avrebbero infatti mal sopportato una sconfitta. Anche il calcio doveva contribuire a dare dell’Italia un’immagine forte, virile, potente. La stessa ostentata con orgoglio dal fascismo. Un’immagine sapientemente costruita, che la nazionale contribuì ad irrobustire con la sua impresa.

La Cremonese, intanto, vivacchiava tra la serie B e la C. Le sfide con le grandi del calcio italiano rappresentavano ormai un capitolo chiuso per la società di via Persico. Il presente non aveva imprese memorabili da regalare, qualche soddisfazione però sì. Il cremasco Olmi, per esempio, dopo due stagioni disputate in maglia grigiorossa, approdò prima al Brescia, poi all’Inter, e partecipò come riserva ai Campionati del Mondo del 1938, in Francia. In quell’occasione l’Italia di Piola e Meazza confermò la sua supremazia in campo internazionale, e nella finalissima di Parigi superò l’Ungheria con il perentorio punteggio di quattro a due.

Purtroppo non tutti i giocatori della Cremonese ebbero la fortuna di Renato Olmi. Il terzino Aristide Rossi, impegnato con i grigiorossi nella serie B del 1936-37, perse la vita in seguito ad un incidente di gioco avvenuto durante la partita esterna di Messina.

lunedì 22 settembre 2008

Storia dell'US Cremonese. Un ungherese in panchina (1924 -1926)

Terzo capitolo della storia della Cremonese, pubblicato il 24 ottobre 1993 su Forza Cremonese, mensile ufficiale a cura di Simone Ramella.

Mentre il fascismo andava consolidando la propria egemonia sulla penisola, i giovanotti in grigiorosso non avevano vita facile in campionato, dovendo lottare contro squadroni di grande caratura come Bologna, Genoa, Milan e Modena. Il sesto posto finale della stagione 1923-24 venne impreziosito da alcuni risultati di prestigio. Allo Zini la Cremonese si impose due a uno sulla Pro Vercelli e strappò un pareggio al Bologna, mentre in trasferta con il Milan prevalse per uno a zero.

La stagione successiva venne caratterizzata da un’importante novità. Il calcio conquistò spazi sempre più ampi sulle pagine dei giornali, che cominciarono a pubblicare le liste di trasferimento dei giocatori. Le società più importanti iniziarono così a rincorrere i pezzi più pregiati sul mercato e, per una squadra dalle possibilità economiche limitate come quella grigiorossa, tenere il passo delle grandi fu molto difficile. La Cremonese prese parte al torneo in versione autarchica, essendo composta esclusivamente da giocatori nati all’ombra del Torrazzo, ed arrivò ad un passo dal baratro della retrocessione. Ma si salvò.

In vista della stagione successiva, quella 1925-26, il consiglio grigiorosso, allora presieduto da Papà Gobbi, decise di adeguare l’organico societario alle accresciute esigenze del nuovo calcio. Il primo passo in questo senso venne compiuto con l’ingaggio di Eugenio Payer, un allenatore professionista che veniva dall’Ungheria, terra che in quegli anni dettava legge in materia di palloni e pedate. Nel frattempo la Federazione aveva aperto le proprie frontiere ai giocatori stranieri. Ogni squadra aveva la possibilità di tesserarne due, e la Cremonese arruolò nelle proprie fila due connazionali di mister Payer: Jezmas e Wilhelm, entrambi attaccanti.

Il campionato di quell’undici a trazione ungherese si rivelò uno dei più entusiasmanti della storia grigiorossa. Fin dalla prima partita, disputata nella tana del Milan, la squadra capitanata da Cassanelli inanellò una sequenza di risultati positivi. A San Siro i cremonesi rifilarono quattro ceffoni ai padroni di casa. Poi fu la volta del Livorno, che finì sepolto sotto una frana di reti: Jezmas & C., infatti, trafissero per ben otto volte la porta dei toscani. Sulla vetta della classifica del girone, intanto, si era portata con incedere regale la Vecchia Signora del calcio italiano, allora con qualche lustro in meno sulle spalle e parecchi trofei in meno nelle sue bacheche. Era la Juventus di Combi, Viola, Rosetta, Ferrero, Hirtzer… La squadra che tutti davano come favorita per la vittoria del tricolore.

Le cronache dell’epoca raccontano che, quando venne il giorno della grande sfida tra i bianconeri primi della classe e i grigiorossi inseguitori, Cremona venne contagiata dall’entusiasmo della folla festante dei tifosi che gremivano uno Zini brulicante come un formicaio. La partita non deluse le attese. La Juventus cercò più volte di sbloccare il risultato, finendo regolarmente imbrigliata nelle maglie della retroguardia cremonese. Ercole Bodini, poi, nelle battute finali fece tremare i torinesi impegnando il portiere Combi con una staffilata al fulmicotone. Così, dopo tante emozioni, al fischio finale dell’arbitro il risultato era ancora inchiodato sullo zero a zero.

Il girone B di Prima divisione si concluse con la vittoria delle zebre piemontesi, che nella finale nazionale si imposero sul Bologna, conquistando il titolo di campioni d’Italia. Lontana, a 12 punti dai bianconeri, la Cremonese. Lontana ma seconda, e con la soddisfazione di vedere il suo Tansini giocare con la maglia azzurra della nazionale. Piccola inesatezza. La finale Juventus-Bologna non era la finale nazionale ma la finale Lega Nord e comunque non assegnava lo scudetto. La sfida che assegnava lo scudetto era la finalissima nazionale tra la vincente della Lega Nord e il vincitore della Lega Sud anche se poi era solo una formalità data la debolezza delle squadre meridionali. La finale scudetto non fu quindi Juventus-Bologna ma Juventus-Alba Roma 12-1 (7-1 a Torino e 5-0 a Roma) (NdR)

venerdì 12 settembre 2008

Storia dell'US Cremonese. Primi calci in grigiorosso (1913-1923)

Secondo capitolo della storia della Cremonese pubblicato il 26 settembre 1993 su Forza Cremonese, mensile ufficiale dell’Us Cremonese a cura di Simone Ramella

Il 1913 segnò una svolta importante nella storia dell’U.S. Cremonese. Dopo la fusione con i “cugini” dell’Associazione Calcio Cremona, era venuto il momento di bussare alla porta del football ufficiale. Quello targato Federazione Italiana Giuoco Calcio. Ora non si scherzava più. Bando ai tornei ed alle amichevoli, e tutti pronti ai nastri di partenza del campionato di Promozione. Zini, Mainardi, Lanfritto, Curtabili, Tornetti, Talamazzini, Costa, Albertoni, Bignamini, Lombardi, Defendi. Questi i nomi dei protagonisti di quella stagione. Una stagione che si rivelò formidabile, con la Cremonese a lottare fino all’ultimo per la promozione in Prima categoria.

Il tre maggio 1914 i corsari della “Varesina”, la trattoria che 11 anni prima aveva dato i natali alla società, affrontarono a Milano gli indigeni dell’Ausonia Pro Gorla. Gol di Defendi , tante paratone di Giuàn Superstar Zini e vittoria finale dei “nostri”. Così promozione fu. Il 28 giugno di quello stesso anno, l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austroungarico, venne assassinato mentre si trovava in visita ufficiale a Sarajevo, cuore di una Bosnia privata già allora della sua libertà. La morte dell’arciduca fu la miccia che fece esplodere la prima guerra mondiale.

Mentre in tutta la penisola infuriava il dibattito tra neutralisti ed interventisti, la Cremonese stava per iniziare la sua seconda avventura in un campionato ufficiale. Questa volta era la Prima categoria. Il 20 settembre, a Vicenza, avvenne lo storico passaggio dalle sbiadite maglie biancolilla a quelle più sgargianti grigiorosse. Ma il cambio dei colori sociali all’inizio non portò molta fortuna… Nel maggio del 1915, infatti, l’Italia decise di intervenire nella Grande Guerra, e così le pallottole si sostituirono ai palloni. Ai giovani giocatori grigiorossi non restò che indossare patriotticamente la divisa militare al posto di quella societaria e, moschetto in mano, furono sbalzati dal fango dei campi di calcio a quello delle trincee. Le vittime italiane di quella guerra furono quasi 700mila. Anche Zini morì, a Cividale, in Friuli. Era l’idolo della tifoseria grigiorossa e sognava la maglia azzurra della nazionale. Se lo portò via un’infezione contratta mentre trasportava morti e feriti.

Quando finalmente si ristabilì la pace, i campi di football tornarono ad essere affollati. Dare qualche pedata al pallone poteva essere una buona medicina per dimenticare in fretta i lutti e le sofferenze patite. Una sera del 1918, il presidente della Cremonese, Ferdinando Arcari, organizzò un’incontro presso il ristorante “Abbondanza”, proprio come ai bei tempi della “Varesina”. C’era da discutere il futuro della società e da ristabilire le basi di tutta la sua attività sportiva. L’undici grigiorosso tornò a calcare i terreni di gioco nel 1919, in occasione della Coppa delle Province Lombarde, che si aggiudicò senza problemi seppellendo sotto una gragnuola di reti i malcapitati avversari del Chiasso. La vittoria nella Coppa fece da incoraggiante preludio al ritorno della Cremonese nel campionato di Prima categoria. Intanto la società aveva deciso di traslocare dal vecchio campetto di San Rocco. Il nuovo terreno di gioco prese il nome di Giovanni Zini, grande portiere e soldato sfortunato. Da lì la Cremonese non se ne sarebbe più andata.

A partire dalla stagione 1919-1920, iniziò uno dei periodi più felici per i colori grigiorossi. Quell’anno la squadra si classificò quinta nel gruppo A lombardo di Prima categoria e nel corso della stagione successiva migliorò ancora, giungendo terza nel gruppo B regionale. Nel 1922, poi, la Cremonese, impegnata di nuovo nel girone B lombardo, fece un ulteriore balzo in avanti conquistando la prima posizione. Nella finale regionale, però, non ci fu nulla da fare contro la coriacea Esperia Como. Il campionato 1922-1923 non fu invece molto generoso con i grigiorossi, costretti ad accontentarsi della settima posizione nel girone B della Lega Nord di Prima categoria. (...)

lunedì 8 settembre 2008

Storia dell'US Cremonese. Le origini (1903-1912)

Primo capitolo della storia dell'US Cremonese pubblicato il 5 settembre 1993 su Forza Cremonese, mensile ufficiale dell’Us Cremonese a cura di Simone Ramella.

La storia della Cremonese parte da quel giorno della primavera del 1903, il 24 marzo, quando una ventina di amici in giacca, cravattino a farfalla e cappello decisero di riunirsi nei locali di una trattoria dalle parti di piazza Sant’Angelo. Era la trattoria “La Varesina” e là aveva sede la “Società del Litro”, organizzatrice di gite in bicicletta e feste danzanti. Quel giorno, però, gli amici in giacca, cravattino e cappello non erano lì per ballare e non avevano in programma neppure una gita sulle due ruote. No, quel giorno, il 24 marzo 1903, erano lì per fondare l’Unione Sportiva Cremonese.

Il calcio in Italia cominciava proprio in quel periodo a muovere i primi timidi passi. Era un prodotto di importazione, proveniva infatti dall’Inghilterra della Regina Vittoria, e come tutte le novità aveva avuto bisogno di un po’ di tempo per affermarsi. La Pro Patria e Libertate di Busto Arsizio, fondata nel 1881, era stata la prima società calcistica italiana. Poi, a distanza di 11 anni ecco il Genoa, seguito da Udinese, Juventus, Ascoli, Palermo, Milan… Insomma, nel 1903 lo scudetto italiano era già stato assegnato sei volte, ma il calcio era ancora un’attività sportiva semisconosciuta, poco praticata in tutta la penisola ed ancor meno a Cremona. A dire il vero, neanche quei giovanotti che si erano dati appuntamento alla “Varesina” sapevano bene in cosa consistesse quel gioco in cui in 22 rincorrevano una palla di cuoio per prenderla a calci. Loro quel giorno volevano dar vita ad una società che li riunisse tutti: ciclisti, podisti, ginnasti, pesisti… Il football d’oltremanica poteva attendere.

Così, con lo scopo di “diffondere e facilitare tra la gioventù l’educazione fisica, l’amore agli esercizi sportivi, alla disciplina ed alla concordia, onde possa rendersi utile a sé ed alla patria”, quel giorno primaverile di 96 anni fa nasceva l’U.S. Cremonese. Primo presidente, illustre predecessore di Domenico Luzzara, venne eletto Emilio Faia, un sarto che più del calcio amava le sgroppate in bicicletta. Si stabilì inoltre la quota d’iscrizione di una lira (!), e come colori sociali furono scelti il bianco ed il lilla. Anche il grigio ed il rosso potevano attendere.

La fase “preistorica” del calcio cremonese ebbe inizio solo nel 1910. Si cominciò quasi per scherzo con partitelle in piazza d’Armi o in piazza Castello. Tutto era lasciato all’improvvisazione, ma intanto lo sport della pedata, quello vero, quello giocato, aveva fatto il suo sbarco nella nostra città. Era il tempo delle prime squadrette rabberciate alla meglio, giusto per sfidarsi in qualche gara amichevole. Nacquero così la “Concordia FBC” di San Luca, il “Foot Ball Club Cremona” (o “Associazione Cremonese del Calcio”), la “Victor” di via Ala Ponzone ed altre formazioni più o meno forti. Quella del calcio era dunque un’attività in costante espansione. Presto si sarebbe cominciato a fare sul serio. E sul serio si cominciò a fare al ritorno in città di Nino Gandelli, che aveva lavorato per alcuni anni in Svizzera, dove aveva imparato le regole del calcio. Era quindi uno dei pochi veri conoscitori di questo sport.

L’U.S. Cremonese, che ancora non aveva osato mettere piede nell’agone calcistico, individuò nel Nino l’uomo giusto per assemblare una squadra competitiva. Gandelli, a otto anni dalla storica riunione della “Varesina”, divenne così il primo mister della storia della Cremonese. Un mister capace di portare a giocare nella stessa squadra gli elementi più validi del panorama calcistico cittadino. Arrivarono, infatti, Zini, Defendi, Lanfritto, “Bay” Bonazzoli, Ardigò, i fratelli Mainardi, Lombardi, Bonzio, Cottarelli, Leida, i fratelli Bignamini, e molti altri. La Cremonese stava per spiccare il volo.